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Cicerone dice addio ai suoi cari

 

Vi scrivo (lett.: spedisco a voi una lettera) meno spesso di quanto potrei, proprio perché, pur essendo per me infelici tutti i momenti (della mia vita), quando vi scrivo o leggo una vostra lettera, vengo distrutto dalle lacrime al punto che non posso sopportarlo. E a questo proposito, magari fossi stato meno avido di vita! Certo non avrei visto nessun dolore nella (mia) vita o (almeno) non molto. O me rovinato, o me infelice! Che (fare) adesso? Dovrei chiedere a te, donna malata e sfinita nel corpo e nello spirito, di venire (da me)? Non dovrei chiedertelo? Dovrei stare dunque senza te? se c’è una speranza del mio ritorno, rafforzala, dai una mano alla sua realizzazione (lett.: aiuta la cosa); se invece, come io temo, è finita, cerca di venire da me in qualunque modo tu possa. Sappi solo questo: se ti avrò (con me) non mi sembrerò di essere finito del tutto. Ma che sarà della mia Tulliola? Che cosa farà il mio Cicerone? Non posso più scrivere oltre (lett.: più cose); me lo impedisce la tristezza. Quanto al fatto che tu mi esorti ad essere coraggioso (lett.: essere di animo coraggioso) e ad avere la speranza di recuperare la salvezza, vorrei che fosse a tal punto vero (lett.: che ciò fosse di tal fatta) da poter sperare giustamente. Ora, misero (me), quando riceverò ancora una tua lettera? Chi me la recapiterà? Stai su, mia Terenzia, più dignitosamente che puoi. Siamo vissuti (con dignità), abbiamo avuto gloria; non una nostra colpa, ma la nostra integrità ci ha abbattuti. State bene. Da Brindisi, 30 aprile.

 

 

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